. Assorbimento/samadhi

Spesso in Cina dhyana e samadhi vengono designati con una sola parola Chan-ting, che sta a indicare uno stato di calma interiore (samadhi), raggiunto mediante l’esercizio della meditazione, (dhyana).

Benchè dhyana e samadhi possano sembrare sinonimi, in realtà il termine dhyana si riferisce al metodo o il mezzo (sadhana) per raggiungere la perfezione ultima (sadhya), il samadhi.

Il termine samadhi significa “concentrare la mente”.

Il samadhi è uno stadio di consapevolezza costante e ininterrotta sull’oggetto della meditazione, ma priva della coscienza di sé, come se fosse svuotata di sé stessa. Nello stadio precedente c’era consapevolezza di sé e il Monaco era cosciente sia dell’oggetto su cui si concentrava che di sé stesso. Ma gradualmente anche l’auto-consapevolezza scompare per lasciar posto alla pura coscienza (senza distinzioni tra conoscitore, conosciuto e conoscenza).

Si distinguono due aspetti del samadhi:

  • il samprajnata-samadhi, la fase iniziale conquistata grazie alla ricerca filosofica, in cui la mente rimane cosciente del sè,
  • l’asamprajnata-samadhi, in cui non c’è più coscienza del sé, conseguito trascendendo i piaceri dei sensi.

Questa fase preliminare non dura a lungo, perché è una preparazione alla fase successiva, in cui si consegue la visione di forme Divine (rupa), guidata dalla deduzione (tarka), dalla riflessione (vicara) e dalla beatitudine (ananda), uno stato di coscienza, sperimentabile soltanto in un contesto di elevata ispirazione e purezza, in cui grazie a un senso di totale appagamento, svanisce ogni senso d’incompletezza, e tutti i desideri risultano soddisfatti. Ottenuta la liberazione dal condizionamento materiale, grazie allo sviluppo di un livello superiore di consapevolezza, la facoltà di percezione dell’individuo riprende la sua integrità originaria e riceve le informazioni in modo diretto, non più filtrato dai sensi e dalla mente. Allora diventa possibile superare le oggettive limitazioni fisiche, avere accesso alle facoltà superiori della psiche, e alle cognizioni sovra-psichiche, funzioni proprie della pura essenza spirituale.

Una volta realizzata la propria identità spirituale, lo sviluppo ulteriore della meditazione, consiste nell’estendere la visione allo Spirito Supremo, perché conoscere solo “la parte” non significa conoscere “il Tutto”. Come la goccia è parte dell’oceano, così lo spirito, è parte integrante dello Spirito Supremo, al di là del quale nient’altro resta da conoscere. Tutti i Testi Sacri accomandano la meditazione sullo Spirito Supremo, e non sul “vuoto”. Gli pseudo-asceti, che meditano su ciò che non è la forma dello Spirito Supemo e Assoluto, perdono solo il loro tempo nella vana ricerca di qualche chimera. Scopo ultimo della meditazione è diventar coscienti del Sè Supremo e dedicarsi alla Sua Persona.

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阿 彌陀佛

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