. Mente e Spirito

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Il Signore Buddha abita dentro di noi, e noi siamo una parte di lui.
Lo possiamo sentire con la pratica della meditazione,
col raggiungimento della quiete interiore.
Il ‘vuoto’ (di emotività materiale) ci occuperà
e ci rivelerà il ‘pieno’ senso dell’essere.

Per millenni i saggi indiani della tradizione Vedica, hanno studiato approfonditamente i rapporti intra-psichici dell’essere umano, acquisendo una conoscenza così elevata, che ha permesso loro di sperimentare con successo e descrivere completamente livelli straordinari di coscienza.

Nell’antico trattato di psicologia e realtà metafisica di Patanjali, lo “yoga-sutra”, la parola sanscrita dhyana, meditazione (in cinese Chan ), non si riferisce ad una proiezione fantasiosa o indefinita del pensiero, ma ad un processo di approfondimento cognitivo basato sull’intuizione illuminata, che trascende gli aspetti superficiali percepiti attraverso l’esperienza sensoriale, e consente la presa di coscienza delle energie, della struttura profonda e della fonte dell’oggetto di contemplazione.

Dhyana si riferisce allo spettro semantico incluso nei termini pensare, che indica un processo psichico che incede dal soggetto all’oggetto, e intuire che da definisce un processo psichico e involontario che illumina la coscienza del soggetto prorompendo improvvisamente da altrove.

L`intuizione, mediante lo stimolo trasmesso dall’oggetto contemplato, connette chi medita ad una dimensione esistenziale che trascende i condizionanti parametri spazio-temporali.

La meditazione è un’attività mentale, se si limita all`approfondimento del contenuto psichico che fluisce nel soggetto, riferito alla morfologia di un oggetto appartenente alla sfera psichica o al mondo tangibile, che è comunque primariamente una cristallizzazione mentale.

La meditazione è definita invece spirituale, quando meditiamo su un oggetto di natura trascendentale, come il nome, la forma, le qualità e le attività di Dio, che permettono di dirigere il flusso psichico verso la Verità Assoluta e di raggiungere la liberazione.

Alcuni sono più inclini a meditare su oggetti fisici, altri su oggetti psichici, altri ancora su realtà spirituali. La qualità dell’esperienza meditativa e del seme della meditazione (bija) scelto, corrispondono al proprio livello d’evoluzione, prodotto da gusti, esperienze e tendenze sviluppati nel corso dell`esistenza condizionata.

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阿 彌陀佛


Il Lankavatara-Sutra distingue quattro tipi di dhyana:

1. Balopacarika-dhyana: la meditazione “dell’estinzione del pensiero”, praticato da coloro che non hanno conoscenza. Istruiti nella dottrina del non-Io, essi considerano il mondo come non permanente, impuro e generatore di dolore, e si cristallizzano su queste comprensioni preliminari, cercando di realizzare il samadhi con questa meditazione d’ordine inferiore.

2. Artha-pravicaya-dhyana: la meditazione “della revisione del pensiero”. Consiste in un esame intellettuale di enunciati o di proposizioni filosofiche e dottrinali e nel portare il pensiero sul principio unico di tutte le cose (brahman) e sulle caratteristiche delle varie tappe della vita di un Bodhisattva, passando infine a una realizzazione contemplativa di questi aspetti.

3. Tathatalambana-dhyana: la meditazione dell’adesione allo stato del “questo”. E’ ancora una speculazione analitica che cessa quando si percepirà il mondo fenomenico secondo la comprensione dell’unità nella diversità (yatha-bhutam).

4. Tathagatadhyana: la meditazione grazie alla quale si entra nello stato di Buddhità, si gode della triplice beatitudine (sat: eternità; cit: conoscenza; e ananda: felicità), insita nella realizzazione del se spirituale e si compiono azioni meravigliose (yajna) per la soddisfazione di Dio e per il bene di tutti gli esseri.

Questi dhyana ci mostrano una graduale perfezione della vita Buddhista e l’apice è costituito dalla suprema libertà spirituale dello stato di Buddha, che è al di la di ogni condizione intellettuale, e della portata della coscienza relativa.

Dopo innumerevoli vite dedicate alle illusioni di questo mondo, nella forma umana bisogna risvegliarsi alla realtà, e situarsi sul piano trascendentale. Senza uscire dalle reti dell’illusione, qualsiasi attività culminerà nella sconfitta.

La piattaforma spirituale è accessibile soltanto a coloro che, con la pratica della meditazione, mettono in atto il cambiamento di coscienza necessario per passare dall’illusione alla realtà. Nella mutazione del baco da seta il verme muore e la farfalla vive. Eppure non sono due creature separate ma una in due. Avviene lo stesso nell’uomo: le sue false convinzioni devono morire affinché egli possa conoscere la gioia della sua vita. Ciò che si ode nel silenzio è vero qualcosa in noi sta morendo e questa cosa si chiama ignoranza”.[1]

Praticando la meditazione ci si distacca gradualmente da ogni concezione materiale. Questa è la prima caratteristica del dhyana. Quando è avvolto dal velo dell’illusione (maya), l’Assoluto prende il nome di “materia”.

La materia, però, ritrova la sua qualità spirituale quando viene nuovamente messa al servizio della Verità Assoluta.

La meditazione è il metodo per convertire in spirituale la coscienza materiale, strappando in un istante il velo d’illusione, e infine, quando la mente è pienamente assorta nella coscienza di Dio, si raggiunge il samadhi.

Tutti gli esseri sono destinati a vivere nella sottomissione a Dio, la Persona Suprema, ma finché la loro mente è deviata dall’energia esterna e illusoria, rimarranno imprigionati nelle attività materiali. Solo quando riusciranno a controllarla con la meditazione raggiungeranno la meta. La mente, per natura, deve ricevere istruzioni da una fonte superiore e seguirle.

Quando la mente è controllata, segue spontaneamente i consigli dell’Anima Suprema e raggiunge subito il livello trascendentale, dove non è più turbata dalle dualità dell’esistenza materiale, come la gioia e il dolore, il caldo e il freddo. Questo livello è detto samadhi, o concentrazione sul Supremo.

Il primo dovere dello spiritualista è infatti quello di concentrare sempre la mente sul Supremo e non dimenticarLo neanche per un istante. Benché la Verità Assoluta sia al di là della portata dei sensi materiali, quando questi stessi sensi materiali sono saturati dall’amore per Dio, si spiritualizzano e ottengono il potere di percepire la Verità Assoluta. il Signore primordiale è sempre contemplato dai Santi che hanno gli occhi unti col balsamo dell’amore. Egli è visibile nella Sua eterna forma spirituale all’interno del loro cuore.[2]

Ogni azione compiuta in questa coscienza trascendentale, è un sacrificio offerto all’Assoluto.

Lo stato di inazione, infatti, non può essere il fine reale del dhyana, l’illuminazione deve essere realizzata in seno alla vita stessa, non attraverso la sospensione di essa.

Se il dhyana oltre a calmare le passioni, non avesse anche un fine positivo, perché Buddha lasciò l’albero della Bodhi per ritornare nel mondo? Infatti, sebbene si consideri che Buddha abbia raggiunto l’illuminazione nel nirvana, sotto l’albero della Bodhi a Gaya, non è rimasto lì fermo come una statua per il resto della sua vita, ma si è dedicato alla predicazione per condividere con gli altri la realizzazione ottenuta.

Il Buddhismo, quindi, a differenza di quello che molti pensano, non finisce con l’illuminazione ma continua con una vita nuova, la “vita spirituale”.

Le azioni meravigliose e inconcepibili (acintya) compiute da un illuminato, nel servizio al Signore Buddha, derivano dalla sua completa libertà spirituale e vengono tecnicamente chiamate “azioni compiute senza un desiderio di profitto materiale” (yukta-vairagya) e corrispondono alla perfezione della vita Buddhista


[1] Tradizione orale Shaolin.

[2] Bs. 5.29.

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