. Recitazione del Chou

Nella liturgia Buddhista Chan si pratica la recitazione ad alta voce delle formule devozionali nien-fu o chou (mantra) , le stesse che i Monaci recitano a bassa voce individualmente sulla corona (ja-pa).

“Namo O-mi-to-Fo” (Reverenza al Buddha 佛 fo, Amitabha o all’Incarnazione della Luce Infinita), la formula nien-fu usata più comunemente a Shaolin, costituisce una parte importante del rito del mattino e della sera.

I Monaci compiono il giro del Tempio in fila per uno, passando dietro le Divinità dorate e l’altare dove ardono lampade e candele. Davanti procede l’abate, l’ufficiante della celebrazione, seguito dal precettore, che batte il ritmo sul mu-yu, un tamburo-pesce di legno portatile decorato d’oro e lacca scarlatta.

All’inizio della celebrazione l’andatura del canto è lenta e le voci dei Monaci si soffermano su ogni sillaba prolungandone la vibrazione.

NA-a-a-a MO-o-o-o-o O-a-a-a-a MI-a-a-a-a TO-a-a-a FO-o-o-a-a-a.

Poi il ritmo aumenta e verso la fine l’invocazione viene abbreviata in quattro sillabe recitate rapidamente:

O-mi-to-fo, O-mi-to-fo, O-mi-to-fo.

Ogni mattina nel periodo del giorno chiamato brahma-muhurta, prima del sorgere del sole, la comunità del Monastero è chiamata nel Tempio dal suono del gong di bronzo che si alterna a quello del gigantesco mu-yu (pesce di legno) della Sala dei mille Buddha. Radunati davanti alle Divinità splendenti del Buddha dei tre mondi, i Monaci, con movimenti regolati dalla campanella d’argento, s’inchinano tre volte per offrire i loro ripetuti omaggi e girano i palmi delle mani verso la Divinità per richiedere la Sua misericordia.

Si leva poi un solenne inno durante l’offerta dell’incenso che è il preludio ai riti composti da tre sezioni:

  • i canti (preghiere) di glorificazione e di ringraziamento;
  • la recitazione dei chou;
  • la recitazione delle formule devozionali (nien-fu) rivolte ad Amitabha.

Inoltre viene recitato un mantra sanscrito che ha avuto origine in India, composto di tremila sillabe che richiede quasi mezz’ora, anche se il ritmo battuto sul mu-yu (pesce di legno) è abbastanza vivace.

Ogni Monaco sa recitar l’intera liturgia a memoria , sperimentando ,nella sua recitazione attenta, il rapimento estatico chiamato tecnicamente samadhi. I Monaci recitano quotidianamente anche il “Piccolo Sutra del Cuore”, un’invocazione della Prajnaparamita-Sutra, immensamente profonda, che termina con le parole sanscrite: Gati gati para-gati para-samgati bodhi svaha (“..trasportato oltre la mente materiale raggiungo l’illuminazione”).

In alcune occasioni si ripete ventuno o anche cento-otto volte di seguito, il “Mantra della Grande Misericordia” (Ta-Pei-Chou), composto di 415 sillabe. La recitazione individuale sul rosario Buddhista, composto di 108 grani, prosegue per tutto il giorno e ogni Monaco fa il voto di recitare quotidianamente venti giri di rosario. Ogni grano del rosario, è illustrato con un’immagine di Buddha; su di esso il Monaco recita il chou ricevuto dal Maestro al momento dell’iniziazione: Namo O-Mi-To-Fo.

La perfezione dell’arte

Rivolto al giovane seduto alla sua destra, il Buddha disse: “Vedo che porti un flauto”. Anche se intimidito, il giovane portò il flauto alla nocca e iniziò a suonare. Il suono del flauto pareva il pianto inconsolabile di un amante deluso. Gli occhi del Buddha non si staccavano dal giovane suonatore. Poi, all’improvviso, il giovane tese il flauto al Buddha: “Vi prego, venerabile Monaco, suona per noi”. Il Buddha sorrise mentre molti scoppiavano a ridere. Il Buddha fece alcuni respiri profondi e sollevò il flauto. Il Buddha incominciò a suonare. Il suono si levò delicato come un sottile filo di fumo dal tetto di un umile capanna della campagna di Kapilavatthu all’ora del pasto serale. I giovani seduti attorno al Buddha si sentivano stupendamente ristorati e dimoravano tutti nel momento presente, in contatto con la meraviglia degli alberi, del Buddha, del flauto e della reciproca amicizia. Poi il proprietario del flauto disse: “Maestro, la tua musica è meravigliosa. Non ho udito nessuno suonare così. II Buddha sorrise e rispose: “Ho imparato a suonare il flauto da ragazzo, ma sono sette anni che non lo tocco più. Riconosco però che la mia musica è migliore di quella di un tempo”. ” Come può la tua musica essere migliore se da sette anni non ti eserciti?”. Buddha rispose:”Suonare il flauto non dipende soltanto dall’esercizio. Se oggi suono meglio che in passato è perché ho trovato il mio vero sé. Non puoi raggiungere le sublimi vette dell’arte se prima non scopri l’insuperabile bellezza del tuo cuore. Se vuoi suonare il flauto in modo eccellente, devi trovare il tuo vero sé percorrendo la Via del Risveglio”. Alla fine tutti si inginocchiarono e chiesero di essere accettati come discepoli. Quella notte il Buddha dormì in solitudine nella foresta.

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阿 彌陀佛


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