佛教禅 BUDDHISMO CHAN

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禪拳歸一 CHÁN-QUÁN-GUĪ-YĪ
“BUDDHISMO CHÁN e SHÀOLÍN SONO UNA COSA SOLA”
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Il termine Chan, riferito all’Ordine Buddhista della scuola Shaolin, è la forma abbreviata della parola Channa, traduzione cinese di jhana (in lingua Pali), derivata dalla parola sanscrita dhyana, che significa “meditazione”. Già da questo fatto si vede che il Chan fa parte di un contesto spirituale molto più vasto da cui ebbe origine:la cultura Vedica. Nel sistema filosofico Vedico di Patanjali-Muni,conosciuto come Astanga-yoga (lo yoga in otto fasi), la settima tappa è il dhyana o meditazione.
Praticando la meditazione ci si distacca gradualmente da ogni concezione materiale. Poi, con la mente e l’intelligenza spirituali,si realizza l’Anima Suprema e ci si stabilisce nel samadhi (estasi). Questo metodo di realizzazione spirituale fu adottato dal Signore Buddha e insegnato ai suoi discepoli come mezzo per realizzare il sè. Insegnato nella scuola del Mahayana dai successori di Mahakasyapa, il dhyana fu in seguito introdotto in Cina col nome di Chan, dal primo Patriarca di Shaolin: Bodhidharma.
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I PRINCIPI DELLA DOTTRINA CHAN
I princìpi del Chan si dividono in due:
  • 1) i princìpi morali,
  • 2) i princìpi spirituali.
Il pi-kuan è il controllo della mente; i quattro atti rappresentano la giusta condotta; per armonia con la natura , si intende l’astenersi dal giudicare o criticare gli altri; infine la rinuncia è il mezzo (upaya).
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Ci sono due modi di entrare nella via del Chan:
  • 1) “entrare per mezzo della ragione”,
  • 2) “entrare per mezzo della condotta.”
“Entrare per mezzo della ragione” significa raggiungere la comprensione spirituale della Vera, unica e identica Natura di tutti gli esseri, con la pratica dell’insegnamento contenuto nelle Sacre Scritture. Chi abbandona il falso ed abbraccia il vero, riconosce che l’unica cosa che accomuna tutti gli esseri è la loro essenza spirituale unica. Raggiunta questa perfezione, egli si terrà saldo a questa certezza, e non si allontanerà mai più da essa, comprendendo che non c’è nulla di più prezioso.In questa posizione non è più turbato neppure nelle peggiori difficoltà. Avendo realizzato le Scritture nella sua vita pratica, non sarà più legato dal seguire strettamente norme e regolamenti, perché incarnando l’essenza dei principi sacri, ha già superato tutti i riti che le Scritture ingiungono agli esseri condizionati. Avendo cessato ogni discriminazione concettuale, tale persona si troverà in una silenziosa comunione con il principio spirituale unico, che lo renderà sereno e karmicamente non-attivo.
“Entrare per mezzo della condotta” si riferisce ai quattro atti, che comprendono tutti gli altri:
  • 1 )La Giusta risposta all’odio: Quando i Monaci sul sentiero spirituale si trovano ad affrontare condizioni avverse, devono pensare così: “Durante innumerevoli vite mi sono dedicato a cose senza importanza trascurando quelle essenziali e ho creato così inimicizia intorno a me. Anche se in questa vita non ho violato la legge, devo comunque raccogliere i frutti del passato. I miei peccati sono tali che dovrei soffrire mille volte di più. Se non ricevo tutto il castigo che mi spetta, è per la misericordia del Signore Supremo. Per Sua grazia ne subisco solo una minima parte.” Nel dolore e nella difficoltà il Monaco si sente sempre benedetto dalla misericordia del Signore. Così il Monaco è sempre calmo, sereno e paziente, anche nelle circostanze più difficili.
  • 2) Obbedire alla legge del karma: Accettare la legge del karma significa essere consapevoli che le gioie e i dolori, sono determinati dagli effetti delle attività passate. Se riceve onori e ricompense come risultato di precedenti attività pie, il Monaco non se ne rallegra, perchè sa che quando questi frutti si esauriranno, l’effetto svanirà. Nel guadagno e nella perdita accettiamo quello che il karma ci porta, lo spirito non subisce né perdita né guadagno.
  • 3) Non avere aspirazioni materiali: Non è possibile per l’essere vivente eliminare i desideri, perché desiderare è insito nella natura degli esseri coscienti. Tuttavia è possibile dirigere i desideri verso la realizzazione spirituale piuttosto che verso la materia temporanea. Il Monaco deve essere cosciente che è soltanto a causa dell’illusione (maya) che gli esseri in questo mondo si attaccano agli oggetti materiali. Ma il Saggio che comprende la verità non si comporta come l’uomo comune. Dal punto di vista spirituale, tutte le cose materiali sono vuote, non sono cioè in grado di appagare i desideri dell’anima spirituale, perché sono di natura differente. Il Monaco perciò, non desidera nulla in questo mondo, perché nulla di materiale merita di essere desiderato.
  • 4) Essere in armonia con la verità (Dharma): Entrare in armonia col Dharma, il dovere eterno, significa realizzare che l’anima spirituale in origine è pura e assorta nel servizio al Signore Supremo, condizione che trascende ogni attaccamento materiale. Questa posizione trascendentale è tecnicamente chiamata svarupa-siddhi, realizzazione perfetta della nostra condizione originale, naturale ed eterna. Il Sutra afferma: “L’essere vivente, trascendentale e indistruttibile, è detto brahman e la sua natura eterna è detta atma, il sé.” Il posto che il sé occupa in questo mondo, non corrisponde alla sua vera e originale natura, che è quella di servire il Signore Supremo con una coscienza spirituale.” Questo dovere eterno (sanatana) del sé si chiama Dharma. L’essere vivente (jivatma) è definito anche energia marginale del Signore perché può, a sua scelta, immergersi nell’oscura natura materiale e identificarsi con la materia, oppure identificarsi con l’energia spirituale, superiore. Secondo la sua tendenza ad avvicinarsi all’una o all’altra energia, l’essere assume un corpo corrispondente, che è materiale o spirituale. La corrente di un fiume può travolgere grandi elefanti, mentre un piccolo pesciolino in armonia col fiume, gioca a suo piacere nella corrente. Nello stesso modo, tutto ciò che non conduce alla perfezione spirituale porta contro corrente, perché non è in armonia col Dharma, e deve quindi essere evitato; mentre si deve agire in armonia, seguendo la corrente delle leggi (Dharma) del Signore Supremo. Questo è ciò che s’intende per “essere in armonia col Dharma.”
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I nove principi Buddhisti
Le scritture del culto Buddhista sono principalmente basate sull’argomentazione logica e contengono nove principi fondamentali:
  • (1) la creazione è eterna perciò non esiste necessità di accettare un creatore;
  • (2) la manifestazione cosmica è falsa;
  • (3) la coscienza è il risultato di un aggregato di elementi materiali e non possiede individualità;
  • (4) c’è ripetizione di nascita e morte;
  • (5) il Signore Buddha è l’unica fonte di comprensione della verità;
  • (6) il nirvana ossia l’annientamento è la meta suprema;
  • (7) la filosofia del Signore Buddha è l’unico sentiero filosofico;
  • (8) i Veda sono compilati da esseri umani;
  • (9) le attività pie sono consigliate.
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La pratica spirituale
La saggezza deve essere concretamente introdotta nella quotidianità, perché se resta limitata a livello teorico, non permette di conseguire la perfezione . L’indispensabile conoscenza teorica (jnana), dev’essere integrata con l’applicazione pratica (vijnana), perché il livello concettuale, produce cambiamenti sostanziali, solo se la comprensione diventa realizzazione, mediante la pratica costante. Le azioni di natura elevata regolarmente ripetute, rimuovono i condizionamenti psichici, in proporzione al grado in cui trasformano la personalità.
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Analisi dei piani antropologici
La struttura psichica globale, intrinsecamente priva di coscienza, diventa cosciente solo quando la coscienza dell’anima spirituale vi si riflette. Essa determina la configurazione mentale e il livello di coscienza dell’individuo.
La struttura psichica si suddivide in tre settori funzionali:
  • 1) la mente sensoriale, sede delle funzioni estrovertite e centro di raccolta dei dati;
  • 2) l’intelligenza, o centro di catalogazione e valutazione dei dati pervenuti attraverso la mente;
  • 3) la percezione distorta di sè, o coscienza riflessa: la somma dei contenuti psichici con i quali l’individuo erroneamente s’identifica, che costituisce la prima forma di scissione della personalità dal momento che, allontanando l’essere dalla sua integrità originaria, si riduce la consapevolezza individuale relegandola solo al corpo e alla mente.
Poiché è esposta a un continuo susseguirsi d’onde psichiche e impressioni, prodotte dall’interazione dei sensi con la materia, la mente diviene estremamente volubile e fallibile. Il livello di coscienza dell’individuo è determinato dalla configurazione assunta dal nucleo mentale, a sua volta condizionato dalle onde di interferenza. Le impressioni depositano sulla struttura psichica residui, nella forma di memorie inconsce e inclinazioni che perdurano vita dopo vita. Così la struttura psichica, subisce cinque categorie di condizionamenti. La liberazione da tale soggezione, consiste nell’interrompere la connessione tra la struttura psichica e l’anima spirituale. Affinché non costituisca più un’ostacolo, ma diventi la connessione tra l’individuo storico e il reale baricentro della personalità, l’ego prodotto dalla falsa concezione di sé, deve essere decondizionato e armonizzato al sé. “Lo spettatore, l’individuo, non è mai realmente in pericolo perché è ontologicamente immortale, immutabile, colmo di consapevolezza e di beatitudine.”
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La soluzione: la disciplina
La tradizione Chan più antica sosteneva che senza passare attraverso stadi preliminari, come ad esempio l’approccio filosofico, è possibile conseguire un istantaneo risveglio (tun-ti’u) trasmesso direttamente dal Maestro liberato. L’insegnamento del Vajracchedita, o “Sutra del Tagliatore di Diamanti”, sul principio che: “Conseguire il risveglio non è conseguire qualcosa”, suggerisce la presenza di una fonte originale nel Buddhismo indiano, da cui quest’idea è stata ricavata. Il Lankavatara Sutra, come i Veda, afferma che esistono due vie di risveglio graduali e istantanee: le prime per mezzo della disciplina, e le seconde per mezzo di un istantaneo movimento nel profondo della coscienza (paravritti), dovuto alla grazia speciale del Signore o del Suo devoto, per cui la visione dualistica materiale viene riconsiderata alla luce della realtà spirituale. L’istituzionalizzazione del Chan all’inizio del primo millennio, portò con sé la necessità di integrare il sistema didattico istantaneo con la disciplina graduale, per assicurare l’illuminazione alla crescente ed eterogenea popolazione monastica.
Oggi nella dottrina Chan, disciplina e misericordia vanno di pari passo, perciò anche se i Monaci sperano sempre nella misericordia speciale del Signore, non sprofondano nell’ozio in attesa di ricevere un favore così raro, ma adempiono sempre i loro doveri.
A volte, un uomo che non ha mai frequentato nessuna scuola, viene riconosciuto come un grande erudito o riceve un diploma onorario da una grande università, ma ciò non significa che si possa trascurare la propria educazione e aspettarsi ugualmente di ricevere un riconoscimento universitario. Bisogna dunque seguire con sincerità la disciplina della vita spirituale e contemporaneamente sperare nella grazia del Signore o del Suo intermediario: il Maestro.
La disciplina spirituale mira alla liberazione dalle illusorie suggestioni imposte dalla mente. È importante a questo proposito vagliare accuratamente la qualità delle impressioni che nutrono il campo mentale, perché queste influenzano in maniera decisiva la struttura psichica, che per sua natura, tende a riprodurle. Il Maestro perciò insegna a nutrire la mente soltanto con impressioni reali, in modo che il discepolo sia suggestionato solo da quei contenuti che corrispondono alla verità.
In origine la mente è trasparente come un diamante, capace di riflettere la luce dello spirito, ma quando sfugge al dominio del sé, diventa la sua peggiore nemica perché possiede una forza autodistruttiva enorme, e fagocita tutto, comprese le tossine psichiche che deformano la realtà.
Per conseguenza il dominio della struttura psichica e l’armonizzazione dei livelli di coscienza, sono i presupposti indispensabili per lo sviluppo della personalità e per la presa di coscienza della Realtà.
Le innumerevoli onde d’interferenza possono essere condizionanti o non condizionanti, secondo il grado di coinvolgimento emotivo, e sono classificate in cinque principali categorie:
  • 1) mancanza di consapevolezza spirituale;
  • 2) identificazione del sé spirituale con il corpo psicofisico;
  • 3) attrazione ;
  • 4) repulsione;
  • 5) paura di morire.
Queste cinque categorie d’interferenze psichiche, sono responsabili della continua produzione di karma. L’attaccamento che accompagna il piacere ad esempio, coinvolge a tal punto nelle emozioni contingenti, da offuscare la visione in prospettiva. L’eccitazione dei sensi è la fonte stessa della sofferenza, perché l’ostinata volontà di protrarre quest’eccesso, diventa la causa della maggioranza delle patologie psicofisiche, e poiché i momenti di sofferenza sono più intensi e prolungati di quelli del piacere, neutralizzano l’esperienza dell’estremo godimento e producono impressioni durevoli nella psiche. Ogni pensiero, parola o azione di cui direttamente o indirettamente si fa esperienza, deposita nel subconscio “memorie inconsce”, la cui influenza negativa è più dannosa rispetto a quella della memoria cosciente, perché esse eludono tutte le censure dell’io cosciente e sono in grado di dettare condizioni di comportamento che dirottano l’intenzione originale senza venire intercettate; così il soggetto non è in grado di gestirle o contrastarle, e non può far altro che subirne gli effetti: automatismi mentali, fissazioni e complessi . Il deposito psichico del karma, conserva tutte le esperienze della vita presente e di quelle precedenti, un seme che genererà successive condizioni di vita. Incapace di adattarsi liberamente al fluire degli eventi, l’uomo a causa dell’eccessivo attaccamento al piacere e alla paura del dolore, oppone una certa resistenza alla vita, che provoca in lui un inutile conflitto mentale. La cosa migliore consiste nell’evitare entrambi gli estremi, dissociando la mente dagli oggetti di godimento e di dolore e mantenendosi in un punto neutrale tra piacere e sofferenza. Il Monaco-guerriero combatte efficacemente solo quando raggiunge la “mente vuota”, cioè libera dalla paura della morte e disponibile ad accettare la vita come viene, anziché pretendere quello che si aspetta da lei. Le esperienze dolorose del passato non devono più preoccupare, ma quelle future possono essere evitate con la meditazione . La liberazione che né deriva, vale il prezzo di qualsiasi sacrificio. Il sè non può raggiungere la liberazione kaivaiyam, finché l’ignoranza, Avidya, non è distrutta attraverso l’ininterrotta consapevolezza della Realtà. La vita spirituale consiste nello sforzo di rimanere in questo stato di coscienza in maniera permanente, e con devozione. Il più alto livello di liberazione (prajna) si consegue attraversando fasi preliminari di realizzazione, che per mezzo della rinuncia alle distrazioni mondane, sviluppano i poteri della mente. La meditazione riporta alla luce i contenuti psichici sprofondati nell’inconscio, per conoscerli, selezionarli e gestirli, in modo da smantellare i condizionamenti mentali.
La prima regola di questo processo di purificazione consiste nel non incrementare il carico di rifiuti psichici, accumulando ulteriori impressioni negative, ma di fornire invece alla mente un nutrimento sano, che sedimenti impressioni positive. Il Monaco, attraverso la meditazione, cerca di assorbirsi in immagini, memorie, ricordi, visioni, suoni ed emozioni spirituali, che gli permettono di situarsi sul piano della Realtà, e di riprendere consapevolezza della propria personalità ontologica. Il nutrimento migliore consiste: nella meditazione sui nomi divini, la compagnia di persone avanzate spiritualmente, l’ascolto e la pratica costante degli insegnamenti del Maestro spirituale, la devozione e il servizio offerti a Lui e a Dio. In queste azioni, i meccanismi di condizionamento sono disattivati in virtù di una forza superiore, la grazia divina. Questo processo non può essere compreso sul piano razionale ma solo su quello dell’esperienza mistica diretta, perché appartenendo alla dimensione dello spirito, che per definizione trascende le percezioni sensoriali e le speculazioni logico-razionali, non può essere pienamente capito solo mediante limitati strumenti cognitivi, insufficienti a cogliere la natura dell’Assoluto.
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Pratica e distacco (abhyasa e vairagya)
I requisiti principali per recuperare e mantenere la salute psico-fìsica e spirituale sono:
  • la pratica spirituale e
  • il distacco emotivo da ciò che nell’effimero esercita attrazione.
Distacco emotivo non significa diventare insensibili, ma piuttosto non lasciarsi suggestionare dalle perpetuamente mutanti manifestazioni del mondo fenomenico. Con il tramite della costante, coerente ed entusiasta applicazione della disciplina spirituale, il sé sviluppa la capacità di dominare gli universi paralleli del corpo e della mente, ripristinando l’equilibrio e la facoltà di percepire l’Assoluto. Chi è in grado di gestire il proprio comportamento è una persona veramente evoluta.
Quando la disciplina per la realizzazione spirituale viene praticata con costanza e con determinazione, grazie alle formidabili forze stabilizzatrici dell’azione ripetuta, si radica così profondamente da produrre una trasformazione benefica irreversibile .
Dice il Saggio: “Se semini un pensiero raccogli un’azione, se semini un’azione raccogli un’abitudine, se semini un’abitudine raccogli un carattere, se semini un carattere raccogli un destino” .
“Il distacco dalle cose del mondo consiste nella capacità di esercitare un dominio cosciente sulle proprie emozioni, allo scopo di raggiungere lo stato in cui non si produce più né lo stimolo fisico, né l’inclinazione mentale. Si basa sulla convinzione che il godimento materiale egoistico genera solo un piacere effimero, incapace di soddisfare le istanze profonde dell’individuo; inoltre contribuisce fortemente a identificarlo con il corpo, aggravando i suoi condizionamenti, e ostacolando la visione spirituale”.
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I principi del culto
La vita del Monaco è molto equilibrata in quanto guidata dalla disciplina che regola la sua vita, in modo che niente venga trascurato.
Nella giornata del Monaco Shaolin, otto ore sono dedicate alle necessità del corpo, come mangiare dormire, lavarsi i vestiti, pulire la propria stanza ecc..; otto ore sono dedicate ai doveri sociali, come lavorare, svolgere il proprio servizio per il Monastero, praticare il kung-fu, accudire i bambini o i Maestri anziani; e otto ore vengono interamente dedicate alla pratica spirituale, che include l’adorazione del Signore Buddha nel Tempio, la meditazione, la recitazione del nome divino del Signore Buddha (Chou) sulla corona (mei-kuei-king), lo studio dei Testi Sacri, e la preghiera. Questa vita regolata è necessaria, perché senza regole anche la virtù scivola nel vizio. Nella vita umana, il tempo e l’energia sono limitati, perciò è Saggio pianificare il loro l’utilizzo, per ottenere il massimo risultato dei propri sforzi. Ciò vale anche nella vita spirituale che non va lasciata al caso, ma va coltivata con cura e attenzione. Gli antichi Maestri hanno raggiunto la perfezione camminando sulla sicura via del Dharma, tracciata dal Signore Buddha stesso, non agendo a capriccio, e ogni Maestro esorta a camminare sulle tracce dei precedenti discepoli del Signore (luo-han).
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阿 彌陀佛
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