.Teologia Buddhista

II Buddhismo si diffuse in India duemila e cinquecento anni fa come reazione al fanatismo della classe sacerdotale (bramanesimo). La via del Buddha (dal sanscrito budh, o “illuminato”) fu quindi considerata una tradizione eterodossa, sebbene avesse molto in comune con la sua fede d’origine, l’induismo. La dottrina di Buddha non era nuova, le quattro Nobili Verità da Lui esposte, erano già state discusse in precedenza dalla filosofia Sankhya e successivamente elaborate negli Yoga-Sutra di Patanjali.


Buddha insegnò che l’ignoranza induce a commettere attività empie, le cui reazioni negative (karma) si ripercuotono sull’individuo sotto forma di sofferenza, vita dopo vita (punabbhava). Quest’ignoranza può essere sradicata soltanto attraverso lo sviluppo della personalità, che conduce alla cessazione del ciclo di nascite e morti (samsara) e al conseguimento del nirvana. Anche questa dottrina era già presente nel Nasadiya-sukta del Rig-Veda. La cultura Vedica consiglia all’uomo di abbracciare l’ordine di rinuncia (sannyasa), una volta espletati i propri doveri sociali, e il Signore Buddha, agendo in pieno accordo con la tradizione, abbandonò la vita di famiglia e la posizione sociale, per diventare un Saggio della foresta (rsi), che cammina sulla via della liberazione. La rinuncia al ruolo puramente convenzionale che si riveste nella società, simboleggia la vera condizione inclassificabile del sé. Per sette anni, Siddhartha seguì invano i tradizionali sistemi d’ascesi, con lo scopo d’identificare la causa del condizionamento, e ottenere la liberazione. Infine, realizzò che la Via di Mezzo, ossia l’equilibrio tra ascetico e sensuale, è il metodo migliore per raggiungere il supremo risveglio (bodhi). Grazie a questo metodo, mentre sedeva sotto il famoso albero della Bodhi a Gaya, raggiunse l’illuminazione che consiste nel comprendere la propria posizione costituzionale di anime spirituali eterne, libere da designazioni di carattere materiale (upadi) come la descrivono i testi:

“naham vipro na ca nara pati, napi vaisyo na sudro,
naham varni na ca grha-pati, no vanastho yatir va”
“Non sono un brahmana, uno ksatriya, un vaisya o un sudra, non sono un brahmacari, un grhastha, un vanaprastha o un sannyasi. Sono soltanto il servitore del servitore dei piedi di loto del Signore Supremo”.
(Padyavali)

Questa comprensione fu il punto cruciale del risveglio del Signore Buddha, ed è approvata e proclamata da tutte le forme di Buddhismo.

Il termine 禪 Chán, riferito all’Ordine Buddhista della scuola Shaolin, è la forma abbreviata della parola Chánna, traduzione cinese di jhana (in lingua Pali), derivata dalla parola sanscrita dhyana, che significa “meditazione”. Già da questo fatto si vede che il Chán fa parte di un contesto spirituale molto più vasto da cui ebbe origine: la cultura Vedica. Nel sistema filosofico Vedico di Patanjali-Muni, conosciuto come Astanga-yoga (lo yoga in otto fasi), la settima tappa è il dhyana o meditazione.

Praticando la meditazione ci si distacca gradualmente da ogni concezione materiale. Poi, con la mente e l’intelligenza spirituali, si realizza l’Anima Suprema e ci si stabilisce nel samadhi (estasi). Questo metodo di realizzazione spirituale fu adottato dal Signore Buddha e insegnato ai suoi discepoli come mezzo per realizzare il sè. Insegnato nella scuola del Mahayana dai successori di Mahakasyapa, il dhyana fu in seguito introdotto in Cina col nome di Chán, dal primo Patriarca di Shaolin: Bodhidharma.

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阿 彌陀佛

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