.Insegnamenti di Damo

Il termine pi-Kuan (pi lett.“muro” o “precipizio”) sta a indicare “la posizione eretta”. Nei suoi commenti sul Chán, Tao-Hsuan, l’autore delle “Biografie”, considera il “Tai-C’heng pi-kuan”, la contemplazione del muro, la cosa più importante che Bodhidharma abbia introdotto in Cina e per questo fu soprannominato “il brahmana del pi-kuan, “il sacerdote della contemplazione del muro”.


Nel Testo intitolato: “Giusta trasmissione della dottrina del Sakhya” il pi-kuan è interpretato come lo stato di mente in cui “non penetra alcuna polvere dall’esterno” (ceto darpana marjanam). In definitiva il significato della contemplazione del muro è il totale assorbimento nella realizzazione interiore priva di distrazioni materiali. Intendere il pi-kuan semplicemente come “fissare un muro” sarebbe una vera assurdità. Nelle “Biografie” si legge inoltre che ovunque si recasse, il Patriarca Damo insegnava la sua dottrina del Chán, ma poiché la Cina di quell’epoca era troppo affascinata dagli aridi sofismi, non apprezzò il messaggio di Bodhidharma sulla meditazione.

In sintesi, il messaggio di Bodhidharma insegna:

  • 1) La trasmissione della saggezza spirituale non dipende dall’erudizione: l’emancipazione culturale o la conoscenza speculativa, non sono sufficienti a trasmettere la realizzazione spirituale, che dipende invece soltanto dalla misericordia del Maestro autentico. Se il Maestro è soddisfatto dell’attitudine di servizio e di sottomissione del discepolo, lo investirà del potere di comprendere i principi eterni della spiritualità e della forza per aderirvi.
  • 2) L’Indipendenza dell’esperienza spirituale dalle descrizioni verbali: Non è possibile esprimere a parole la vera esperienza spirituale, come non è possibile descrivere a un cieco il colore del latte. Possiamo presentare l’argomento, ma la vera esperienza non può essere espressa con le parole, bisogna sperimentarla. Tutte le scritture inducono gli studenti ad assorbirsi nella pratica spirituale, perché la sola conoscenza teorica non è sufficiente ad elevare il livello di coscienza. Non si può raggiungere la perfezione senza praticare il metodo. Se abbiamo fame, per esempio, tutte le descrizioni eloquenti di un cibo o le spiegazioni dei meccanismi digestivi, non saranno in grado di saziarci, ma quando effettivamente mangiamo comprendiamo da soli di che cosa si tratta.
  • 3) Il Dharma è riferito direttamente all’anima: il termine sanscrito Dharma significa: “caratteristica intrinseca”, inseparabile ed essenziale dell’anima, che consiste nell’amare e di conseguenza servire l’oggetto del proprio amore. Questa qualità accompagna sempre l’essere vivente e costituisce la base della sua esistenza, il suo Dharma, ossia la sua “religione” eterna (sanatana-Dharma). Non si può privare l’anima della sua funzione eterna, così come non si può togliere all’acqua la liquidità e al fuoco il calore. Il sanatana-Dharma è, per definizione, la funzione eterna immutabile d’ogni anima eterna in relazione col Signore eterno.
  • 4) La visione della propria vera natura e conseguimento dello stato di Buddha: il grande Maestro Chao-chou (778-897), scriveva: “La natura del Sé viene prima dell’esistenza del mondo. E si conserva intatta dopo la distruzione del mondo”. La vera natura dell’essere vivente è spirituale, non materiale e può essere percepita da un’intelligenza pura. Quando si è purificata dalla contaminazione materiale, l’anima manifesta la sua potenza spirituale, lo stato illuminato (o stato di Buddha). E’ l’intervento della potenza interna e trascendentale del Signore che permette all’essere vivente di prendere coscienza della propria condizione eterna. Questa presa di coscienza è definita: ceto-darpana-marjanam, o “purificazione dello specchio sporco della mente”, e costituisce in se stessa la “liberazione” (vimukti o nirvana): bhava-maha-davagni-nirvapanam, che è solo un gradino preliminare verso la perfezione spirituale. Una volta raggiunto il nirvana, dove cessa ogni attività materiale, l’essere comincia ad agire sul piano spirituale, nel suo stato di Buddha, al servizio del Signore e conosce la vera vita (svarupena vyavasthitih), libera dall’illusione.

Hui-neng (638-713), definito “il sesto patriarca”, una volta chiamò intorno a sé i suoi discepoli perché aveva deciso di morire. Informati delle sue intenzioni, essi piangevano e si lamentavano. “Per chi vi lamentate?” chiese il Maestro. “Vi preoccupate per me perché credete che io non sappia dove sto andando? Se non lo sapessi, non vi lascerei così. La vera ragione per cui piangete e che voi non sapete dove sto andando. Se lo sapeste, non potreste piangere, poiché la Vera natura non conosce nascita o morte, andare o venire. . .”

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阿 彌陀佛

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