.Le“4 Nobili Verità”

Il canone pali riferisce che immediatamente dopo il suo risveglio, il Signore Buddha andò al Parco dei Cervi a Benares ad esporre la Sua dottrina nella forma di quattro “Nobili Verità”, un sommario esauriente del Buddhismo. Queste quattro Verità, sono configurate sulla tradizionale metodologia Vedica di diagnosi e terapia: l’identificazione della malattia e delle sue cause; il giudizio sul metodo di cura, e la prescrizione del rimedio.

  1. La Prima Nobile Verità riguarda “il dolore” (in sanscrito: duhkha) che designa le sofferenze materiali come l’afflizione, la frustrazione e la pena, causate dalla nascita, dalla malattia, dalla vecchiaia, e dalla morte: janma-mrtyu-jara-vyadhi duhkha-dosanudarsanam . A differenza del materialista che si sforza, nella sua lotta per l’esistenza, di ottenere ciò che è buono e di allontanare ciò che è cattivo, lo spiritualista, guidato da un Maestro spirituale autentico, viene educato ad essere più profondo nelle sue considerazioni prendendo coscienza di ogni aspetto della vita. Quest’integrale presa di coscienza è il primo passo verso l’illuminazione spirituale. Se oltre all’aspetto piacevole della vita, non si diventa coscienti anche dell’aspetto spiacevole, si è proni a caderne vittime, condizione che rende difficile perseguire principi elevati. Piacere e sofferenza sono due campane vicine, il suono dell’una fa tremare l’altra; e come due facce della stessa medaglia, entrambe alla fine provocano dolore. Le scritture affermano che il piacere derivato dal contatto dei sensi con i loro oggetti è duhkha yonaya, in se stesso fonte di sofferenza, perché la felicità di questo mondo è temporanea, e un giorno finirà. In accordo alla “legge dell’utilità decrescente”, i sensi possiedono un punto di saturazione superato il quale, le sensazioni di piacere si tramutano in sensazioni di dolore; per conseguenza la stessa cosa che procurava piacere, viene percepita come fonte di dolore. Ciò significa che anche riuscendo a raggiungere lo scopo del godimento, il risultato finale sarà in ogni caso il dolore. La sofferenza in questo mondo materiale è inevitabile, è una visione realistica. La saggezza del tutto consiste nello sviluppare simultaneamente conoscenza dell’ignoranza e della trascendenza, in modo da potersi elevare gradualmente dalla mondanità, situandosi in una vita di verità e virtù. La riflessione fondamentale per un Monaco è finalizzata a renderlo cosciente dell’inevitabilità della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte e del fatti che questi fenomeni naturali, affliggono la vita degl’esseri viventi. Questa conoscenza agisce da catalizzatore per mobilitare gli interessi che dal materialismo portano alla spiritualità. Siddhartha Gautama, Buddha, era un nobile principe, e nella sua giovinezza era stato protetto dalle miserie della vita, al punto che nemmeno era informato della loro esistenza. Ma un giorno, viaggiando fuori dal palazzo, vide con i suoi occhi un moribondo, un parto, un malato e un vecchio, e chiese al suo cocchiere se queste sofferenze fossero una cosa comune. Il servitore gli rispose che queste calamità, in un modo o in un altro, affliggono obbligatoriamente l’uomo, durante il suo soggiorno terreno. In quel momento il Signore Buddha decise di trovare la soluzione definitiva alla sofferenza degli esseri viventi. Gli antichi Testi Vedici descrivono tre sofferenze: 1)quella causata dal corpo e dalla forme mente (adhyatmika-klesa), 2)-quella provocata dagli altri esseri viventi (adhibhautika-klesa), 3)-quella inflitta dalle avversità naturali (adhidaivika-klesa).La sofferenza è generata dall’ignoranza (avidyà) che ha inizio con l’identificazione del sè col corpo psicofisico. Quando l’anima, che è di natura spirituale, s’identifica erroneamente con l’aggregato degli elementi materiali, che compone il corpo in cui risiede, allora inizia a condurre una vita d’illusioni, che è il seme di tutte le sofferenze conseguenti. La gente ignora la propria identità ontologica e questa mancanza di conoscenza spirituale è la causa della sofferenza (duhkha) che la tormenta. Il Signore Buddha offrì quindi la cura che consiste nel seguire il “metodo” (Dharma) per riscoprire la propria identità originale, condizione essenziale per trascendere la sofferenza di questo mondo materiale.
  2. -La Seconda Nobile Verità si riferisce alla causa della frustrazione, detta trishna, cioè, la sete di piacere, basata sull’ignoranza e l’incoscienza, avidya. L’essere vivente, identificato con la materia, cerca di dare risposta alla sua esigenza di piacere spirituale, sperimentando il gusto per gli oggetti materiali che, essendo di natura differente dalla sua, non potranno mai fornirgli la vera felicità che cerca. Quest’avidità mette in moto la dinamica della sofferenza materiale: “Contemplando gli oggetti dei sensi, l’uomo sviluppa attaccamento per essi; dall’attaccamento si sviluppa la cupidigia ossia il desiderio egoistico, e poiché i piaceri materiali sono temporanei, il loro termine fa sorgere nell’uomo frustrazione e collera. La collera offusca il pensiero e conduce all’illusione e alla confusione della memoria. Quando la memoria è confusa l’intelligenza è perduta e in questo stato di confusione non è possibile perseguire una vita felice”. E’ naturale preoccuparsi delle necessità del corpo, ma la preoccupazione della maggior parte delle persone va ben oltre le necessità del corpo, ed esse si assorbono in un’eccessiva gratificazione dei sensi. Il piacere dei sensi non è negato, ma consentito nella giusta misura; come il sale nelle pietanze. Così è necessario trovare una “Via di mezzo”, un equilibrio.
  3. -La Terza Nobile Verità riguarda la cessazione della sofferenza. Se ogni sofferenza proviene da desiderio materiale, la cessazione della sofferenza dipende dall’estinzione del desiderio. Desiderare è naturale, ma qui il Signore Buddha intende un desiderio morboso, lussurioso, superfluo. Si devono acquietare le passioni superflue e coltivare il desiderio spirituale, la passione per la Verità. Non si realizzerà mai l’illuminazione se non la si desidera ardentemente. Questa è la sublimazione del desiderio, il metodo che conduce al brahma-bhùta, ossia lo stadio in cui il Monaco sviluppa indistintamente una visione equanime verso tutti gli esseri viventi, e si libera da tutte le sofferenze materiali. Nel Buddhismo questo stadio si realizza seguendo un percorso individuale.
  4. La Quarta Nobile Verità della Via del Buddhismo, per mettere fine alla frustrazione materiale, propone la dottrina dell’ “Ottuplice Sentiero del Dharma” che consiste nell’agire sotto l’influenza della virtù (“giusto mezzo”).

Dal punto di vista dottrinale la “prima tipologia” riguarda la “saggezza” (panna):

  • 1) Samma ditthi: Retta cognizione o retto intendimento: consiste nel riconoscere la natura imperfetta ed effimera del mondo: janma-mrityu-jara-vyadhi-duhkha-dosanudarsanam “la percezione che nascita, malattia, vecchiaia e morte sono mali da combattere” (Bhagavad-Gita 13.9) cioè il riconoscimento delle “Quattro Nobili Verità” attraverso la loro corretta conoscenza e la conseguente loro corretta visione.
  • 2) Samma sankappa: Retta risoluzione, cioè il corretto impegno, sostenuto dalla corretta intenzione nel padroneggiare trsna (l’attaccamento al desiderio, alla brama ed all’avidità, ossia al desiderio di affermare il proprio sé) in modo da vivere nella verità e nella non-violenza verso tutte le creature, (ciò include il vegetarianismo) e mantenere la “corretta aspirazione” che consegue alla “corretta motivazione”, al fine di non lasciarsi condizionare dalla “sete di esistere”, causa del samsara (il ciclo di nascite e morti ripetute).

La “seconda tipologia” riguarda la “moralità” (sila).

  • 3)Samma vaca: Retta Parola, la veridicità, ossia rinunciare alle menzogne e ai discorso inutili. Consiste nell`assumersi la responsabilità delle proprie parole, ponendo attenzione alla loro scelta e ponderandole in modo che non producano effetti nocivi agli altri e di conseguenza a noi stessi. Retta parola significa anche che il nostro agire deve aderire al nostro parlare e corrispondere ad esso.
  • 4)Samma kammanta: Retta Azione, la non-violenza, la veridicità, il celibato, l’astensione dall’ebbrezza e dal furto, cioè l’azione non motivata dalla ricerca di vantaggi egoistici, svolta senza attaccamento verso i suoi frutti. È anche l’azione che si conforma correttamente alla situazione, nel senso in cui non c’è più distinzione fra l’azione personale e l’azione del Supremo in relazione all’evento in cui l’agire individuale e personale si determina. In questo caso il corretto agire individuale si armonizza con l`intenzione del Supremo Maestro del karma e non produce piùalcuna reazione sull`autore, tanto che dal punto di vista karmico corrisponde all`inazione. Per questo motivo la “retta azione” è anche considerata un “agire senza agire”.
  • 5)Samma ajiva: Retta condotta di vita, ossia l`onestà. Consiste nel vivere senza interferire nell’armonia sociale, nel vivere in modo equilibrato evitando gli eccessi, procurandosi un sostentamento adeguato con mezzi che non arrechino danno o sofferenza agli altri. Questo comporta anche la corretta padronanza delle proprie intenzioni, in modo che esse siano sempre orientate e dirette lungo la linea mediana di condotta di vita (majjhama patipada) attraverso una corretta azione (samma kammanta).

La “terza tipologia” riguarda la specificità della “meditazione Buddhista” (samadhi).

  • 6) Samma vayama: Retto sforzo, il rimanere entusiasti e positivi nei confronti del progresso spirituale; cioè lasciare andare gli stati non salutari e coltivare quelli salutari. Significa anche confidare nella validità della propria pratica spirituale perseverando con un corretto ed equilibrato impegno nello sforzo, motivato dalla fede (saddha) che proviene dai risultati ottenuti nell’avanzamento lungo il percorso della realizzazione spirituale e nello sviluppo della capacità di esercitare una corretta azione (samma kammanta) nella propria pratica Buddhista.
  • 7) Samma sati: Retta consapevolezza (rimanere liberi dagli affetti mondani, ricordando la natura transitoria delle cose) : cioè la capacità di mantenere la mente priva di confusione, non influenzata dalla brama e dall’attaccamento (trsna)
  • 8) Samma samadhi: Retta pratica della meditazione: cioè raggiungere la pace interiore e l’indifferenza al mondo che conducono al nirvana. La capacità di mantenere il corretto atteggiamento interiore che porta alla corretta padronanza di sé stessi durante la pratica della meditazione (dhyana). Il termine sanscrito “samadhi”, è usato quì con lo stesso significato di raggiungimento del livello più elevato di “unione”, riunificazione, identificazione del sé individuale con la realtà esistente.

Vi sono quattro dhyana (o jhana in lingua pali):

  1. -Il primo dhyana è una condizione di soddisfazione dovuta alla riflessione e all’investigazione.
  2. -Il secondo stadio è la tranquillità senza riflessione nell’investigazione.
  3. -Il terzo porta all’assenza di ogni condizionamento proveniente dal trsna che sta alla base della sofferenza, premessa questa indispensabile al conseguimento del successivo stadio.
  4. -Il quarto consiste nel nirvana, cioè nel superamento della sofferenza esistenziale attraverso il “pensiero-senza-pensiero” e l’“agire-senza-agire” conseguenti alla realizzazione del perfetto “risveglio”, la cosiddetta “Buddhità”, vale a dire la “qualità di Buddha” presente in ogni essere umano, talvolta anche definita con il termine “vacuità”.

L’Ottuplice Sentiero è la più nobile delle mete. I primi due atteggiamenti hanno a che fare col pensiero, i quattro successivi con l’azione e i due finali con la contemplazione. Fare ogni cosa nel modo giusto significa farla per Dio. Comportarsi in modo retto significa comportarsi nella maniera che soddisfa il nostro creatore. Pochi sono capaci di agire appropriatamente, ma se con la pratica si raggiunge questo scopo, sarà un bene per se stessi e per il mondo intero.

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阿 彌陀佛

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