.Testi Sacri Buddhismo Chan

Fra i molti testi buddisti introdotti in Cina a partire dal primo secolo d.C., il Lankavatara-Sutra è quello dove i principi del Chan professati al tempo di Bodhidharma, sono esposti più esplicitamente. A volte alcuni seguaci del Chan che vogliono evitare quelli che loro definiscono “esteriorismi”, affermano che il Chan non si basa sull’autorità di nessun documento scritto, ma fa direttamente appello allo stato di illuminazione del Signore Buddha. Tuttavia Bodhidharma, fondatore del buddismo Chan in Cina, per presentare in modo comprensibile la sua dottrina, trasmise il Lankavatara-Sutra al suo primo discepolo cinese Hui-Ke, come l’unico Testo esistente a quel tempo in Cina, dove si potesse apprendere la dottrina del buddismo Chan, perchè la realizzazione interiore deve essere sempre convalidata dalle parole del Signore Buddha, che costituiscono “l’autorità esteriore”. In accordo alla stessa filosofia Chan, interno ed esterno sono parte di un’unica realtà, perciò dal punto di vista assoluto non c’è alcuna differenza tra il Signore Buddha e le sue parole raccolte nei Testi Sacri. Esistono tre traduzioni cinesi del Lankavatara-Sutra, pervenute fino a noi. Ve n’era una quarta, che andó perduta.

  • La prima traduzione, in quattro volumi, fu realizzata sotto la dinastia Lu-Sung (443 d.C.) da Gunabhadra;
  • la seconda, in dieci volumi, è dovuta a Bodhiruci, della dinastia Yuan-Wei (513 d.C.);
  • la terza, in sette volumi, è opera di Siksananda, della dinastia Tang (700 d.C.) .

Bodhidharma diede al suo discepolo Hui-Ke, la prima versione, la più difficile da comprendere, precisando che conteneva “l’essenza della mente”. Nella forma e nel contenuto, questa traduzione riflette il Testo sanscrito più antico del sutra, ed è su di essa che sono stati Scritti tutti i commenti attualmente esistenti in Cina e in Giappone. L’argomento principale del Lankavatara-Sutra è l’illuminazione, cioè l’esperienza interiore (pratyatmagati) del Signore Buddha, relativa alla grande verità del Mahayana. A differenza delle altre scuole buddiste, il Chan non ebbe un Testo particolare che si potesse chiamare il suo “Canone fondamentale”, però Bodhidharma raccomandò il Lankavatara, che successivamente diventò il Testo più studiato dai maestri Shaolin.

Quanto all’importanza del Vajra-samadhi-Sutra, Bodhidharma stesso si riferì a questo Testo nei suoi Scritti. Per quanto riguarda il Vajracchedika-Sutra, che è uno dei testi buddisti più popolari in Cina, Bodhidharma non vi fece alcun riferimento, perciò molti ritengono che non abbia avuto nulla a che vedere col Chan, prima che il quinto patriarca, Hong-Jen, lo introducesse per la prima volta ai suoi discepoli. Ma secondo la prefazione di Hui-Neng al Vajracchedika, tuttora conservata: “Fin da quando Dharma (Damo) giunse dall’occidente (India), desiderava diffondere il significato di questo Sutra e guidare la gente a comprendere la Ragione e a vedere nella Natura.” Si deve quindi correggere la convinzione diffusissima che il Vajracchedika entrò in voga soltanto dopo Hong-Jen e Hui-Neng. Il legame tra quest’opera e il Chan avrebbe dovuto essere più fondamentale di quello del Lankavatara, ma poiché quest’ultimo è troppo complicato per avere una diffusione popolare, fu gradualmente soppiantato dal Vajracchedika man mano che il Chan si propagava. L’insegnamento del Vajracchedika-Sutra, appartenendo alla classe Prajna-paramita della letteratura buddhista, era relativamente semplice e simile ai concetti taoisti del vuoto e della non-azione. Alcuni studiosi considerano la filosofia sunyata, presentata in questo sutra, come l’autentico fondamento del Chan, senza considerare che la vera essenza del Chan, è principalmente l’esperienza spirituale e non un dogma filosofico imposto dalla dottrina. La filosofia del Prajna-paramitta non può mai precedere il Chan, ma deve sempre seguirlo. Il Chan non può essere edificato su una serie di elucubrazioni psicologiche, che possono svilupparsi invece di conseguenza all’esperienza spirituale. Senza la realtà dell’illuminazione, sperimentata dal Signore Buddha sotto l’albero della Bodhi, Nagarjuna non avrebbe mai potuto scrivere un solo libro sulla filosofia del Prajna. Gli studiosi buddisti, dei tempi di Bodhidharma, identificavano con eccessiva facilità: teoria ed esperienza. Se si lascia che tale confusione accresca, il buddismo Chan non sarà più in grado di offrire un’interpretazione soddisfacente.

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阿 彌陀佛

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