. 少林寺 Storia del Tempio

Le prime notizie che ci sono giunte a riguardo del sito di Shaolin risalgono al 100 a.C., quando alcuni fedeli locali iniziarono la costruzione di un eremo sul versante settentrionale del monte Song. Da quel periodo remoto Shaolin rimase un eremo montano visitato sporadicamente fino all’anno 78 d.C., quando il monastero del Cavallo Bianco (Bai-Ma-Shi) istituì un ritiro spirituale estivo. Da allora l’eremo di Shaolin diventò meta di pellegrinaggio per molti religiosi cinesi, che deponendo l’elemosina arricchirono le sue finanze. Quasi un secolo dopo, l’eremo di Shaolin era famoso per il suo tesoro, che banditi e ladri cercavano ripetutamente di saccheggiare, finché nel 260 d.C. due esperti nell’arte del combattimento Kun-Su-Wei e Heng-ngai-Chan, furono incaricati di proteggerlo. Nel 440 d.C., l’imperatore To-Pa-To iniziò una severa persecuzione dei buddisti che durò fino al 446 d.C., a causa della quale l’eremo perse la sua importanza. Nel 480 d.C., durante il periodo delle dinastie del Sud e del Nord, il successivo imperatore To-Pa-Hong, trasferì la capitale del suo regno a Louyang, non lontano dal monte Song. Allora la provincia dell’Henan, situata nel corso medio del fiume Huang-ho, era dominata dalla dinastia Wei settentrionale (386-534 d.C.).

BUDDHABHADRA/BA-TUO

Soltanto con l’arrivo a Shaolin del primo antenato, il monaco Theravada indiano Buddhabhadra (“Illuminato di buon auspicio”, in cinese Ba-Tuo, ?..-498), si ebbe una svolta rilevante nella storia del buddismo, del monastero Shaolin e delle arti marziali cinesi. Buddhabhadra fu uno dei primi monaci indiani che entrarono in Cina nel 464 d.C.. Consacrato alla diffusione del buddismo, egli peregrinò in India con altri cinque monaci, che a differenza di lui, raggiunsero presto l’illuminazione. A questo proposito, essi consigliarono a Buddhabhadra di recarsi in Cina a predicare. Dopo aver viaggiato attraverso molti paesi, Buddhabadra giunse Cina nel 480 d.C, dove riscosse tutta la considerazione dell’imperatore Xiao-Wen, della dinastia Wei settentrionale (386-534 d.C), che lo condusse con sé a Luoyang. Si dice che durante questo viaggio, Ba-Tuo raggiunse l’illuminazione e preferì isolarsi nei boschi del monte Song-shan, perciò nel 495 d.C., diciannovesimo anno del suo regno, l’imperatore decretò la costruizione di un Tempio sull’eremo di Shaolin, per accomodare l’eminente monaco indiano, desiderando istituirlo come sommo consigliere religioso, affinché potesse predicare l’ideale buddista in Cina. Il Tempio, che consisteva allora soltanto di un edificio basilare, fu fondato come centro per i monaci indiani, venuti ad aiutare gli studiosi cinesi a tradurre dal sanscrito i Testi Sacri del buddismo, appena propagatosi nell’impero di Mezzo. Lo Stato provvedeva alle necessità quotidiane dei sacerdoti, e Ba-Tuo iniziò dunque l’opera di divulgazione della dottrina buddista, traducendo le Sacre Scritture indiane, per poter impartire i precetti originali di Buddha, in accordo all’antica corrente del buddismo indiano Hinayana, a cui egli stesso apparteneva. I pellegrini affascinati da questa scuola di buddismo, giungevano da molto lontano per studiare a Shaolin. Ba-Tuo introdusse accanto alla dottrina religiosa anche alcune nozioni marziali dell’India. Ciò è confermato dagli annali del monastero, che ci raccontano della fama raggiunta nel primo decennio del sesto secolo, da due suoi discepoli Hui-gang e Seng-Chou, specializzati rispettivamente nello stile interno Rou-quan (“forza fluida che crea il pugno morbido”) e nello stile esterno Ying-quan, (“forza rigida che crea il pugno duro”). Seng-Chou fu il primo religioso di Shaolin che secondo la tradizione, divenne esperto nelle arti marziali. Negli annali è detto che a lui fu conferito il titolo onorifico di monaco buddista Chan-shi.

Quando successe a Ba-Tuo, come abate del Tempio Shaolin, Seng-Chou permise a tutti i monaci di praticare le arti marziali e stabilì come prima regola nella selezione degli studenti: “Non si deve abusare dell’abilità personale per aggredire i deboli e ostentare la propria forza”. È a quel periodo che risale la creazione di molte tecniche marziali, ideate dai monaci impegnati nei diversi servizi quotidiani, come la famosa tecnica di bastone denominata: “Il metodo della doppia pelle di tigre” (Xuan-pi-hu gun-shu), creata da un monaco impegnato a custodire il fuoco nelle cucine del Tempio.

BODHIDHARMA/DAMO
Trentadue anni dopo l’arrivo Ba-Tuo, giunse a Shaolin un’altro monaco buddista indiano, Bodhidharma (nato circa nel 483 d.C., e morto tra il 537 e il 561 d.C.), onorato come il 28º Patriarca dell’Ordine indiano buddista Dhyana. Prima di entrare nella vita monastica, in India, Bodhidharma era un principe di nome Bodhitara, terzo figlio del re Sugandha, sovrano del piccolo regno della dinastia Syandria, di Kancipura (Xing-Chi), che a quel tempo era una prospera provincia buddista nei pressi di Chennai (Madras), nel sud dell’India. Nato in un periodo di tumulto, in cui l’India era devastata dagli Unni provenienti dal nord, come membro di una famiglia reale di ksatriya, Bodhitara ricevette un’educazione militare, nell’arte marziale Vedica, allora chiamata, in quelle regioni indiane, Kalari-Payat. Ricevette anche l’addestramento morale e spirituale necessario per succedere un giorno al trono di suo padre; fu questo il motivo per cui entrò in contatto col buddismo. A quei tempi  erano i buddisti che favorivano la diffusione del sapere e fondavano vere e proprie università in cui, accanto al buddismo e alla dottrina Vedica, venivano insegnate anche le materie accademiche. Bodhitara lasciò le comodità della vita di palazzo ancora bambino per entrare in monastero, dove diventò discepolo di Sri Prajnatara-luo, 27° Patriarca successore di Mahakasyapa, il primo discepolo di Sakyamuni Buddha, Maestro della scuola Sarvasti-vada (“Realtà esistenziale”), una delle scuole proto-mahayaniche emerse dalla corrente Theravada. Bodhitara ricevette il nome spirituale di Bodhidharma dal suo Maestro, e alla fine del periodo di formazione, gli chiese: “Adesso che ho assimilato completamente i tuoi insegnamenti sul Mahayana Tripitaka, in quale direzione devo recarmi per diffonderli?” “Cathy (Cina in lingua Pali) è esattamente dove devi andare”, disse Sri Prajnatara-luo. E poi aggiunse: “Una volta arrivato a Cathy, trascura la parte meridionale, perché il monarca di quelle province è una persona troppo ambiziosa e quindi contraria al buddismo”. Probabilmente la missione di Bodhidharma in Cina consisteva nell’assistere o succedere al suo famoso contemporaneo Bodhiruci. Fu così che Bodhidharma s’imbarcò e dopo tre anni di difficile viaggio via mare, approdò a Canton (Guang-Zhou) in Cina, attorno al 515 d.C., dove fu accolto dal prefetto di quella città: Xiao-Ang, che informò subito l’imperatore Liang-Wu-Di sovrano delle cinque dinastie meridionali, patrono e protettore del buddismo e considerato l’Asoka della Cina, a Jin-Ling (Nan-jing), la capitale imperiale della dinastia Lian (502-557). L’imperatore inviò subito un messaggero a Canton, per invitare Bodhidharma a Jin-Ling. Cordiale verso il suo ospite indiano, Lian-Wu-Di gli concesse immediatamente udienza, come precedentemente aveva fatto con altri insegnanti buddisti. Secondo gli “Annali della trasmissione della lampada”, Bodhidharma era Patriarca del buddismo Mahayana, mentre l’imperatore era un seguace del buddismo Hinayana, perciò fin dal loro primo incontro si trovarono in disaccordo sulle rispettive ottiche religiose. Le divergenze dottrinali li spinsero in accese polemiche in tutti i loro incontri successivi e ciò convinse il Patriarca, che difficilmente avrebbe potuto diffondere con successo il buddismo Mahayana in quell’impero.

Bodhidharma si trasferì a nord, raggiunse la riva sud del fiume Yang-tse, ma non trovò né barche, né ponti. Ancora oggi nel Tempio Shaolin, è conservata una stele su cui è incisa l’illustrazione di Bodhidharma che attraversa lo Yang-tze su una canna. Il Patriarca proseguì a piedi fino alla provincia di Henan e raggiunse Louyang, dove si dedicò alla diffusione della dottrina, ma si scontrò con un’assoluta incomprensione e i suoi incontri con gli eruditi cinesi lo delusero profondamente. Egli disapprovò vigorosamente la tendenza che aveva notato negli ambienti buddisti, dove si rivolgeva l’interesse solamente verso aridi sofismi filosofici e si trascurava totalmente la pratica. Tra il 520 e il 527 d.C., mentre viaggiava tra i monti Song-shan, rimase attratto dai luoghi paradisiaci del massiccio centrale, che definì “Sukhavati”, una terra pura, un luogo santo, favorevole al suo desiderio spirituale di ottenere l’illuminazione, perciò si stabilì nel Tempio Shaolin ai piedi della montagna. Al suo arrivo, nel monastero Shaolin vivevano due giovani monaci, molto sinceri nella ricerca spirituale, chiamati Tao-Yih e Shen-Guang. Bodhidharma si proclamò il primo predicatore del Prajna-Paramitta-Hridaya sutra (“sutra del cuore”, Ban-Rou-Xin-Jing in cinese), ma dopo un po’ di tempo realizzò che i suoi seguaci, non riuscivano ad averne una chiara comprensione. Decise quindi di adattare la sua predica alla mentalità cinese, introducendo un nuovo sistema di buddhismo.

Un giorno, della tarda primavera del 527 d.C., Bodhidharma stava passeggiando lungo il sentiero alle spalle del monastero Shaolin, scorse una grande grotta sotto il picco Wuru, con l’apertura esposta a est. Al Patriarca, sembrò subito il luogo ideale per meditare in solitudine. In quella grotta, ogni giorno per più di nove anni, Bodhidharma osservò un rigido programma spirituale di meditazione, intervallata da esercizi fisici e pasti regolari. Meditando per nove anni di fronte ad una roccia, seduto nella posizione del loto, ad “ascoltare il grido delle formiche”, Bodhidharma lasciò misticamente impressa sulla roccia, la sua immagine così dettagliata che sono ancora visibili le pieghe del suo vestito. La comunità monastica di Shaolin chiama questa effige, ora esposta nel padiglione Guan-yin-Dian, “l’immagine di Bodhidharma in meditazione” e la grotta Damo Tong,la grotta testimone della contemplazione creativa di Bodhidharma”. Per questa gloriosa impresa fu soprannominato “il brahmana del pi-kuan”, “il sacerdote della contemplazione del muro”.

Ogni giorno il debole e malaticcio Shen-Guang, saliva alla grotta del monte Shao-shi per supplicare il Patriarca di illuminarlo sulla Verità Suprema, ma Bodhidharma non gli dava ascolto. Shen-Guang, ricordando che tutti i santi del passato dovettero superare grandi prove prima di essere accettati dal loro Maestro spirituale, non si scoraggiò e per dimostrare la sua lealtà e determinazione, continuò ad aspettare pazientemente. Dopo la sua illuminazione nel 536 d.C., Bodhidharma emerse dalla contemplazione spirituale. La notte dell’8 dicembre, sebbene nevicasse molto forte, Shen-Guang attese lo sguardo misericordioso del Maestro stando in piedi fuori dalla grotta, finché il sole del mattino colorò di rosa la neve, che gli arrivava alle ginocchia. Infine si amputò il braccio sinistro con una spada che portava, e lo offrì al Maestro come prova della sua sincerità. Il Patriarca lo istruì con un metodo nuovo, il gong-an, il cui scopo è quello di provocare una consapevolezza improvvisa. Grazie all`impressionante rapidità del metodo, Shen-Guang raggiunse subito l’illuminazione (tun-wu), e Bodhidharma gli diede l’iniziazione spirituale chiamandolo: “Hui-Ke”, “Colui che Trasmette la Saggezza”.

I discepoli di Bodhidharma considerarono un’immensa fortuna avere un tale Maestro spirituale nel loro paese, lo chiamarono Damo e studiarono con lui per diversi anni. Lo servivano con grande reverenza, ponendogli domande rilevanti per essere illuminati e osservavano scrupolosamente le sue istruzioni. Commosso dalla loro sincerità, Damo fondò, nel monastero Shaolin, la scuola buddista dell’Ordine Chan, versione cinese del buddismo Dhyana dell’India. Con il suo geniale adattamento del buddismo indiano alla mentalità cinese, basato sull’autorità del Vajra-Samadhi-sutra e del Lankavatara-sutra, compilati dai primi Patriarchi buddisti dell’India, guidò i monaci sul sentiero della santità, insegnando loro la disciplina “del corpo e della mente” secondo il Dharma del Buddha: la meditazione (Chan), i mezzi adeguati (upaya) necessari per stabilirsi sulla piattaforma spirituale e l’etichetta delle persone sante (sadacara), per vivere in armonia con la natura. Damo fu così riconosciuto come il fondatore dell’Ordine buddista Chan, e il monastro Shaolin il suo luogo d’origine.

Gli insegnamenti di Bodhidharma

La meditazione seduta (zuo-Chan), insegnata da Damo, si protraeva per sei ore al giorno e i suoi discepoli, che non erano abituati a lunghi periodi d’immobilità, cadevano spesso vittime dell’intorpidimento fisico e della sonnolenza. Cosi, per rinvigorire i loro fragili corpi, il Patriarca ideò una serie di movimenti terapeutici basati sui precetti dei Maestri indiani, secondo i quali, certi esercizi fisici e respiratori del Raja-yoga e del Prajna-yoga, favoriscono la triplice armonia tra la mente, il respiro e il corpo, prevengono le malattie e frenano le tendenze aggressive della natura umana, elevando lo spirito. Chiamò questi esercizi Tong-zi-gong (“kung-fu del fanciullo”). Il suo insegnamento si basava su una mistica attiva e una coscienza innalzata al di sopra degli opposti, in grado perciò di conciliare la passività con l’attività, la quiete con il movimento. E’ una soluzione che mette equilibrio tra la distraente attività quotidiana e la passività fisica della meditazione seduta. Inoltre notò che alcuni monaci praticavano le arti marziali, che però erano ancora lontane dall’essere un sistema di lotta integrale, perciò introdusse la sua conoscenza del Dhanurveda e uno spirito nuovo nel praticare queste discipline, finalizzandole soprattutto allo sviluppo armonico del corpo e della mente, un metodo originale d’allenamento, in cui la tecnica marziale è al servizio dello spirito, e la chiamo`kung-fu.
Insegnò ai suoi discepoli tre serie di esercizi formativi indiani:
  • un nata completo e
  • due pratima della pratica del Bodhisattva Vajramukti e precisamente il nata del “Leone buddista che gioca a scuola”, più due varianti dette appunto pratima.
In cinese le parole nata e pratima venivano tradotte col termine xing.
Il nata insegnato da Damo, denominato Astadasa-can o Astadasa-vijaya (“Diciotto sottomissioni” o “Diciotto vittorie”), nella cultura cinese divenne noto col nome “Shi-pa-Luohan-shou”, i “Diciotto movimenti delle mani dei santi discepoli di Buddha”,
mentre le due forme brevi (pratima) di questo xing (nata) erano: “Asthimaja-Parissuddhi”, la tecnica di respirazione buddista per la rigenerazione dei tessuti, catarsi, e cognizione karmica e “Snavas-jala-Nidana Vijapiti”, un metodo speciale per disciplinare l’energia psichica finalizzata alla purificazione, attraverso l’utilizzo di mantra particolari associati alla meditazione. Il temine cinese per Asthimaja è Yi-jin-jing (“Sutra sul condizionamento dei muscoli e dei tendini”), mentre per Snavas-jala è Xi-sui-jing (“Sutra sul lavaggio del midollo osseo e del cervello”).
Damo espose gli insegnamenti del buddhismo, enfatizzando la coltivazione del corpo e della mente, attraverso l’equilibrata pratica duale di esercizi meditativi statici jing-gong e dinamici dong-gong. Tutti questi esercizi diventarono il fondamento delle arti marziali che resero famoso il Tempio Shaolin. Secondo la tradizione, fu sempre Damo che iniziò i monaci Shaolin all’uso delle armi, che erano parte del programma tecnico del Dhanurveda. Ciò è ampiamente dimostrato dalla nomenclatura delle sequenze classiche come:
  • Damo-jian, “La spada di Damo”;
  • Damo-gun, “Il bastone di Damo”;
  • Damo-guai, “La piccozza di Damo”; ecc..
Così Damo fu conosciuto anche come il fondatore dello Shaolin kung-fu, l`inimitabile arte marziale che insieme al peculiare buddhismo Chan fece diffondere la fama del monastero Shaolin in tutta la Cina.

Deluso nel vedere che i monaci preferivano l’aspetto marziale del suo insegnamento, Damo dopo nove anni decise di lasciare Shaolin (557). L’ultima parte della sua vita in Cina è avvolta nel mistero. Alcuni sostengono che fu avvelenato a Shaolin da un monaco invidioso, altri che viaggiò nell’Asia centrale, ed altri ancora che si recò in Giappone. Tuttavia, ciò su cui tutti gli storici concordano, è che visse fino a tarda età. Secondo Tao-Hsuan e la storia popolare, si dice che dopo essere stato avvelenato molte volte, Damo morì nel 557 sulle rive del fiume di Luo-he, all’età di centocinquant’anni e fu sepolto a Xiong-er-shan (“la collina dell’orecchio dell’Orso”), dove ora sorge un piccolo convento curato da monache. L`imperatore ordinò di aprire la tomba (stupa) di Damo, che però conteneva solo un suo sandalo e un suo vestito, ancor oggi conservati nel Tempio Shaolin.

Le tecniche terapeutiche e marziali di Shaolin furono presto trasformate, dai monaci in un sofisticato sistema di autodifesa, per proteggere i loro eremitaggi isolati dalle angherie di banditi e ladri. Shaolin diventò perciò un monastero esclusivo, dove sulla base di una rigida disciplina, s’intercalavano lunghe ore di meditazione e di severi esercizi marziali. I monaci Shaolin diventarono presto famosi in tutta la Cina per le loro abilità; i contadini imploravano il loro aiuto per combattere i briganti e gli imperatori per proteggere il loro regno, tanto che per gli uomini santi della montagna, divenne un grande merito liberare il paese da tiranni e despoti, come conferma un vecchio detto Shaolin: “Se un tiranno è vivo, diecimila innocenti non dormono in pace”.

DOPO DAMO

A Damo succedettero i patriarchi

  1. Hui-Ke (487-583),
  2. Seng-Chan (?-606),
  3. Dao-Xin (580-651),
  4. Hong-Jen (602-675),
  5. Hui-Neng (638-713),

che divulgarono il Chan anche fuori dalla Cina. In Giappone, il buddhismo Chan affascinò la classe militare dei Samurai, per le sue qualità pratiche e la semplicità d’approccio, così dall’applicazione del Chan, (in giapponese Zen), all’arte della guerra, nacque uno speciale stile di vita chiamato bushido, “il Tao del guerriero”. Nel 621 tredici monaci-guerrieri Shaolin liberarono il principe Li-Shimin attaccando l’esercito del suo nemico, armati solo di bastoni. L’imperatore offrì loro riconoscimenti e posizioni sociali altolocate, ma essi declinarono l’invito. Con l’appoggio del governo imperiale, ebbe inizio comunque un progetto di ristrutturazione del Tempio Shaolin, i cui lavori durarono dal 726 al 750. Più tardi furono donati al Tempio 40 ding (267 ettari) di terra. I possedimenti terrieri del Tempio ammontavano allora a 360.000 km2, mantenuti da cinquemila contadini mezzadri, sfuggiti agli abusi dei Mandarini. Si dice che l’imperatore diede al Tempio anche il permesso ufficiale di mantenere una piccola armata di monaci-guerrieri, per insegnare a 1500 dei suoi soldati lo Shaolin kung-fu e inviò in dono carne e vino, accordando loro il permesso di consumarne. Questo fatto viene spesso male interpretato e considerato il momento storico in cui, i monaci Shaolin avrebbero abbandonato il voto buddista di non mangiar carne, ma non è così. Fu solo un incoraggiamento dell`imperatore per i suoi soldati, incapaci di seguire i voti monastici. Tutt’ora i monaci Shaolin, fedeli ai precetti originali di Buddha, sono rigidamente vegetariani e pronunciano il voto: Rou-shi tan-zue: “Non mangiare carne”.

La fama di Shaolin era talmente grande che tutti i Maestri d’arti marziali di rilievo della Cina, desideravano fare dono al Tempio delle loro tecniche, per ottenerne il riconoscimento ufficialmente e la protezione.

DINASTIA SONG

Nel periodo dell’imperatore Duan-Zong della dinastia Song, emersero molti celebri Maestri esperti nel Qi-gong, come il monaco Hong-Wen, esperto negli esercizi di Qi-gong duro (Ying-gong) e nell’esercizio di camminare sui pali di susino (Mei-hua-zhang-gong). La storia del Tempio ci riporta che all’età di ottant’anni era ancora in grado di sostenere sulla testa un peso di cinquanta chili e di reggere una persona seduta sulle sue gambe tese. Anche il monaco Hui-Ju, vissuto nello stesso periodo, era un esperto di Qin-gong (il Qi-gong leggero). Si racconta che fosse in grado di camminare su un foglio di carta teso senza romperlo, di saltare ruscelli, di spegnere una candela e di ferire i nemici da una distanza di tre metri.

DINASTIA YUAN

All’inizio della dinastia Yuan (1279-1368), ci fu un grande sviluppo delle arti marziali Shaolin. Quando il Venerabile Fu-Yu (907-960) divenne abate del Tempio, invitò i Maestri delle diciotto scuole di kung-fu più importanti della Cina per uno scambio tecnico. La sintesi dei punti essenziali di tutte le scuole è riportata nel suo libro: Shaolin-quan “La boxe di Shaolin”. Il Venerabile classificò lo Shaolin kung-fu codificando 270 diversi tao-lu (forme), di cui più di cento derivati da famiglie che conoscevano lo Shaolin kung-fu e gli altri dai Templi vicini. Fu-Yu scrisse un poema di settanta caratteri cinesi, ognuno dei quali rappresenta una generazione di monaci Shaolin del passato e del futuro. La catena disciplica delineata da Fu-Yu, è giunta ininterrotta fino ad oggi e l’attuale abate Shi-Yong-Xin, appartiene alla 33° generazione, rappresentata nel poema di Fu-Yu appunto dal carattere Yong, il 33°. Attualmente la più vecchia generazione vivente è la 30°, rappresentata dal carattere Su e la più giovane è la 38°, indicata dal carattere Chang.

Quello della dinastia Yuan, fu anche un periodo di gravi conflitti tra buddisti e taoisti, iniziato nel 1280 quando sul monte Wu-dang, venne codificato un importante sistema di lotta, da cui in seguito si sarebbero sviluppati i famosi stili interni: Tai-ji-quan e Ba-gua. La storia della scuola interna di Wu-dang è associata a quella di Zhang-San-Feng, celebre personaggio considerato il creatore del Tai-ji-quan.

Zhang-San-Feng, nato nel 1270, era un monaco-guerriero Shaolin e celebre medico. Nel 1310, all’età di 40 anni, per aggirare l’editto imperiale che proibiva la pratica delle arti marziali, mise a punto una “danza-esercizio” lenta e armonica, che in apparenza non aveva alcun rapporto con il kung-fu, ma in cui segretamente venivano insegnate le tecniche per colpire i quarantotto punti vitali essenziali (dian-xue). Si trattava di un sistema organico ben codificato, fondato su principi chiari e definiti, che riuniva armoniosamente tecniche marziali interne derivanti dall’area culturale del monastero Shaolin chiamate Rou-quan e stili simili, con i principi filosofici e le pratiche energetiche taoiste. Questi esercizi, che si eseguono con grazia, autocontrollo, morbidezza e continuità, al fine di armonizzare il corpo, la mente e lo spirito, con l’Universo, riscossero un certo successo nella pigra aristocrazia cinese. La danza-esercizio di Zhang-San-Feng, si sviluppò in un’arte conosciuta come Chang-quan che in seguito trovò interesse nella famiglia Chen, originaria del villaggio di Chen-jia-go, non lontano dal monastero Shaolin. Fu lì che lo studioso Qi-Ji-Guang (1528) vi si dedicò, sviluppando il precedente lavoro di Zhan-san-feng fino a creare i presupposti per una nuova codificazione dello stile. In seguito Chen-Wang-Ting, della nona generazione della famiglia Chen (1579-1644), forte del lavoro dei Maestri che lo precedettero, fondò il Tai-ji-quan stile Chen, che fu trasmesso in seguito ai celebri Maestri Wang-Tsung-Yeu, Ziang-Ziang e Yang-Lu-Chan, dai quali si svilupparono tutti i moderni stili di Tai-ji-quan.

DINASTIE MING

L’epoca delle dinastie Ming (1368-1644), vide la fioritura della cultura Shaolin, segnata da un importante rinnovamento delle strutture principali del Tempio, come la Cang-Jing-Ge, la Qian-Fo-Ge e il Li-Xue-Ting, che assunsero la configurazione odierna e dalla costruzione della maggior parte delle pagode e delle stele. Il monastero ospitava allora duemila monaci, cinquecento dei quali erano guerrieri. In quel periodo crebbe con una rapidità senza precedenti, l’influenza della scuola Cao-Dong, che rappresentava l’“Ortodossia” del buddismo Chan; l’amministrazione del Tempio era supervisionata dalla corte imperiale e l’elezione dell’abate avveniva per mezzo di un editto dell’imperatore. A quel tempo esistevano nel monastero diversi libri relativi all’uso delle armi, come il Qiang-shu “L’arte della lancia”, redatto dal Reverendo Shi-Hong-Zhuan, e lo Shaolin-gun-shu mu-lou “Sommario dell’arte del bastone di Shaolin”, scritto da Cheng-Zong-Qiu. Sempre durante la dinastia Ming, lo Shaolin kung-fu venne introdotto nell’esercito imperiale e usato in battaglie reali, così la sua già rinomata efficacia divenne un mito.

L’influenza spirituale di Sri Caitanya Mahaprabhu, fondatore del canto collettivo pubblico dei Santi Nomi del Signore , apparso a Sridhama Mayapura, in India nel 1486, venne avvertita anche in Cina quando le divisioni fra le varie scuole buddiste cominciarono a scomparire, e la popolare scuola della “Terra Pura”, col suo facile metodo basato proprio sull’invocazione del Santo Nome del Signore (Amitabha), prese a fondersi con la pratica del gong-an finendo con l’assorbirla. Così da allora, nell’Ordine Shaolin, sebbene si continui a praticare il pi-kuan, la meditazione insegnata da Damo, la recitazione del Santo Nome di Amitabha è diventata il principale metodo di realizzazione spirituale (yuga-dharma).

Nella “Foresta di Stele” e nella “Foresta di Pagode”, troviamo registrati gli episodi in cui i monaci-guerrieri di Shaolin aiutarono le forze imperiali a sconfiggere gli invasori giapponesi. Vi si racconta che circa a metà della dinastia Ming, durante il regno dell’imperatore Shi-Zong, i pirati giapponesi penetrarono la difesa lungo la costa sud-orientale della Cina e per affrontare la situazione, il governo Ming, da una parte condusse trattative col governo giapponese e dall’altra fortificò la difesa delle aree litoranee. I monaci-guerrieri di Shaolin contribuirono a respingere i pirati con imprese eccezionali, ed emergendo vittoriosi da una serie di battaglie famose, furono acclamati dalla nazione cinese intera.

DINASTIA QING

Seguendo le attività missionarie del Chan, lo Shaolin si diffuse in tutta la Cina, finché all’inizio della dinastia Qing (1644–1911), si contavano cinque Templi appartenenti ufficialmente all’Ordine Shaolin, nelle provincie di Henan, Fukien, Hebei, Pu-Tian e Cheng-Du, tutti più volte distrutti dall’ esercito imperiale, perchè coinvolti indirettamente nelle ribellioni delle “Sette segrete Ming”, contro la dinastia Manchu. Grazie ai monaci scampati alle distruzioni dei Templi, lo Shaolin cominciò a espandersi inesorabilmente in tutta la Cina, dando vita a molti stili di kung-fu come Hung-gar, Liu-gar, Choy-gar, Li-gar, Mo-gar e Wing-Chun, e ad altre arti di combattimento come il Tae-kwon-do in Corea, il Viet-Vo-Dao in Vietnam e il Kito-Ryu, (antenato del Judo), il Ju-jutsu, l’Aikido, lo Shorinji Kempo e il Karate in Giappone.

IL XX SECOLO

Durante la guerra del 1928, il generale Shi-You-San, fece bruciare il monastero e i suoi archivi, in cui erano conservati tutti i preziosissimi documenti e i libri dell’Ordine Shaolin. Fortunatamente i monaci misero in salvo delle copie dei manoscritti originali. Nel 1966, il monastero fu oggetto di degrado da parte delle Guardie Rosse, che vi si recarono per “eliminare le vestigia del passato”, come la spiritualità e le arti marziali, denunciate dagli ideologi comunisti come “immondizia feudale”. Shaolin fu dissacrato e chiuso. Nelle vicinanze del Tempio, alcuni monaci preservavano segretamente le copie dei Testi Shaolin e accettavano pochi novizi, quelli che attualmente rappresentano la generazione vivente più vecchia dei monaci Shaolin.

OGGI

La rinascita di Shaolin iniziò nel 1980, dopo la morte di Mao, quando col nuovo corso impresso da Deng-Xiao-Ping, vennero rivalutate le tradizioni cinesi. Le autorità di Pechino riaprirono il Tempio e permisero di ambientarvi un film intitolato “Il Tempio Shaolin”. Il film, ebbe uno strepitoso successo, evocando un nuovo entusiasmo per le arti marziali. In sei mesi più di ventimila lettere giunsero al monastero e più di cento ragazzi scapparono di casa, per bussare alle porte del Tempio come nella leggenda. La sonnolenta contea di Deng-Feng fu invasa da una marea di persone che volevano vedere il Tempio sacro e imparare i segreti che vi si conservavano. A quel tempo, gran parte del monastero era in rovina e le nuove Divinità di gesso dipinto del Signore Buddha, venivano adorate dai pochi monaci sopravvissuti, ormai vecchi e invalidi. I nuovi dirigenti governativi cinesi si resero conto che il kung-fu era una vera miniera d’oro, ed era assurdo lasciarla sfruttare ad altri che dopotutto, non avevano neanche il Tempio Shaolin. Le arti marziali furono quindi riabilitate dalle autorità cinesi nella forma del Wushu, versione sportiva del kung-fu tradizionale, con lo scopo di farne una disciplina Olimpica. Il governo investì del denaro per il restauro del Tempio Shaolin, che venne ufficialmente riaperto al pubblico. Fu asfaltata la strada che conduce al paesino Shaolin-Cun, messo poi sulla carta turistica della Cina, e furono costruti alberghi per accogliere i turisti. Vennero ritrovati alcuni monaci anziani sopravvissuti Shi-Xing-Zheng, Shi-Su-Yun, Shi-Su-Xi, Shi-Wan-Heng, Shi-Heng-Li, Feng-Geng-Huai, Shi-De-Chan e Shi-Han-Deng, il monaco capace di sostenersi, all’età di 82 anni, su un solo dito di una mano. L’attuale abate del Tempio Shi-Yong-Xin, venne nominato da un comitato governativo nel 1986, per sostituire il vecchio abate Shi-Xing-Zheng (1914-1987), suo Maestro. La fama del Tempio Shaolin si estese a tal punto che nel 1987 due milioni di turisti, in maggioranza cinesi, vi fecero visita e attualmente in Cina la gente non può parlare di arti marziali senza menzionare Shaolin.

Coscienti dell’interesse che gli occidentali provano per le arti marziali, nel 1988 le autorità cinesi hanno aperto, con enorme successo, l’“Istituto di Shaolin del Monte Song” per accogliere i praticanti di tutto il mondo. Da allora sono sorte molte organizzazioni per l’insegnamento dello Shaolin in tutto il mondo. In Italia lo Shaolin è arrivato per la prima volta attraverso la “Scuola dei Monaci Shaolin Italia”, che nel 1990 ha posto una lapide all’ingresso dell’Istituto di Shaolin, sulla quale è stato scritto il seguente aforisma: “Tutti devono tornare all’origine”. Per promuovere lo sviluppo e la divulgazione dello Shaolin, nel 1991 è stato istituito a Zhengzou, capoluogo della provincia di Henan, il festival a cadenza annuale dedicato allo Shaolin. Nello stesso anno i monaci Shaolin sono stati invitati per la prima volta in Italia dal Maestro fondatore della scuola Shaolin Italia, Walter Lorini, per una serie di dimostrazioni nelle città italiane e nel 1993, è stato firmato, a Shaolin, un protocollo d’intesa per assicurare una corretta diffusione dello Shaolin in Italia. I responsabili della scuola italiana, che oggi conta più di un migliaio di praticanti, intraprendono regolarmente viaggi di studio al monastero Shaolin e invitano i monaci in Italia ad insegnare.

Nel 1992, venne ideato, con l’aiuto dell’equipe d’esibizione internazionale dei monaci Shaolin, un progetto per trasmettere al pubblico occidentale in forma di spettacolo, il mistico Shaolin. Dal 1992 ad oggi, i monaci-guerrieri contemporanei, si sono esibiti in quattro diversi continenti di fronte a dieci milioni di spettatori e sono stati ospiti dei maggiori show televisivi del mondo. National Geographyc, Discovery Channel e altre autorevoli agenzie di informazione, stanno presentando decine di documentari sullo Shaolin.

Nel 1996 si è svolta un’imponente manifestazione per festeggiare il 1500° anniversario della fondazione del Tempio Shaolin e in vista delle Olimpiadi di Pechino del 2008, i Maestri Shaolin hanno ideato nuove forme codificate e riordinato 270 tao-lu dello Shaolin, mentre altri 170 sono in via di sistemazione.

Oggi la Cultura Shaolin è una realtà estremamente complessa e variegata. Molti bravissimi Monaci Shaolin, spesso facenti parte del Team di Esibizione ufficiale del Tempio, dopo essere arrivati in Europa o in America, hanno deciso di lasciare il Tempio Shaolin madre in Cina per fondare le loro Scuole e i loro Templi Shaolin nelle principali città europee e americane. Tutti quanti – alcuni direttamente collegati  all’Abate Shi-Yong-Xin e al Tempio Shaolin dell’Henan, altri  in maniera più autonoma-  contribuiscono egregiamente alla corretta diffusione dell’autentica Tradizione Shaolin nel mondo.

In Italia ci sono molti bravi ed esperti Maestri Shaolin italiani, discepoli di importanti Maestri Shaolin  che hanno fondato le loro Scuole e Federazioni.

S.C.C.I SHAOLIN MONKS opera in Italia per la diffusione della Millenaria Tradizione Shaolin in accordo al metodo classico e al principio Shaolin: “L’arte marziale al servizio dello spirito”seguendo fedelmente gli insegnamenti e le direttive di 釋延達 Shì-Yán-Dá (少林寺监院  Shaolin Temple Supervisor, 少林寺武僧僧团长 Shaolin Temple Monks Martial Arts Exhibition Troupe leader, 观音寺住持 Guānyīn Temple Abbot)- e dell’attuale Abate del Tempio Shaolin madre, il Venerabile Shi-Yong-Xin.

S.C.C.I SHAOLIN MONKS si adopera e si auspica una fraterna collaborazione e sostegno reciproco tra tutti i Maestri Shaolin d’Italia e del Mondo per una sempre più efficace e capillare diffusione dell’autentico Shaolin in accordo ai princìpi del Chan per il maggior  e vero Ben-Essere dell’Umana Società.


阿 彌陀佛

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